Negli ultimi mesi, parlando con imprenditori, manager e collaboratori, mi è capitato più volte di riflettere sulla fase di distorsione profonda, quasi paradossale del mercato: le aziende faticano a trovare persone per i ruoli di cui necessitano mentre migliaia di professionisti competono vanamente per posizioni che si stanno riducendo o trasformando. Non si tratta di una percezione isolata, bensì di una dinamica strutturale sempre più evidente anche secondo dati internazionali.
Un recente studio europeo ha evidenziato come i lavori impiegatizi ricevano molte più candidature rispetto alla media, mentre settori come sanità, istruzione, hospitality e servizi operativi restano scoperti nonostante la domanda crescente. Questo squilibrio è uno dei segnali più chiari della fase di transizione che il mondo del lavoro sta attraversando. Non è solo una banale differenza tra domanda e offerta. È proprio una tempesta perfetta generata dalla collisione di 3 dinamiche:
- L’impatto dell’AI sui lavori cognitivi
- L’evoluzione demografica
- Una persistente percezione sociale che continua a vedere premiati i ruoli impiegatizi o manageriali rispetto a quelli tecnici o operativi
Il paradosso del lavoro desiderato e del lavoro disponibile
Le statistiche mostrano che i ruoli più ambiti restano quelli in ambito amministrazione, finanza, management e corporate, nonostante siano proprio quelli più esposti all’automazione e alla riorganizzazione aziendale. In molte aziende i piani di assunzione vengono rallentati nelle funzioni di staff, mentre cresce la ricerca di figure tecniche, commerciali, sanitarie, educative o legate ai servizi alla persona.
Il problema è che il flusso di candidature sembra non seguire la stessa direzione. Anche nel mercato italiano, per una posizione impiegatizia si ricevono spesso cinque o dieci volte più candidature rispetto a un ruolo operativo, mentre per profili tecnici specializzati la difficoltà di reperimento resta elevata anche con retribuzioni competitive.
La ragione non è solo economica. Esiste ancora una gerarchia culturale del lavoro, costruita negli ultimi decenni, secondo cui il successo professionale coincide con l’ingresso in ruoli impiegatizi, manageriali o legati alla conoscenza (i knowledge worker). È il tipico caso del figlio dell’operaio che, accedendo all’università, disegna un momento di rivalsa sia per il genitore, sia per il figlio.
Il ruolo dell’AI
Purtroppo, questo schema mentale non viene aggiornato alla velocità con cui cambia l’economia. L’AI non sta eliminando il lavoro, lo sta ridisegnando. Si sta riducendo la domanda di attività cognitive ripetitive e aumentando quella di competenze tecniche, relazionali e operative più difficili da automatizzare. Molte imprese stanno quindi rallentando le assunzioni nelle funzioni amministrative, finanziarie o di supporto perché non è ancora chiaro quale sarà la configurazione futura di questi ruoli. È un atteggiamento prudenziale diffuso che porta a congelare le posizioni in attesa di capire quando e quanto l’automazione potrà sostituire o trasformare il lavoro umano. Il risultato è una competizione sempre più intensa per un numero limitato di posti mentre altre aree critiche restano scoperte.
Chi cerca lavoro continua però spesso a concentrarsi su ciò che conosce, non su ciò che crescerà. Questo comportamento è comprensibile: cambiare settore, soprattutto dopo i quarant’anni, richiede uno sforzo identitario oltre che professionale. Tuttavia il rischio è quello di entrare in un circolo vizioso: più le persone si candidano per gli stessi ruoli, più cresce la frustrazione, più si continua a cercare proprio quelle posizioni perché sembrano quelle coerenti con il proprio percorso.
Il fattore demografico
In Europa la questione è aggravata dal cosiddetto inverno demografico. L’invecchiamento della popolazione sta aumentando la domanda di lavoro nei servizi sanitari, assistenziali e educativi, mentre la riduzione delle generazioni più giovani limita l’offerta di personale. In Italia il fenomeno è particolarmente evidente. Le imprese manifatturiere, le strutture sanitarie, il turismo e la logistica segnalano da anni difficoltà strutturali nel reperire personale, mentre il numero di candidati per ruoli amministrativi resta elevato.
Secondo analisi sul mercato del lavoro europeo, entro il prossimo decennio la crescita occupazionale sarà concentrata soprattutto nei settori ad alta intensità di servizio alla persona o specializzazione tecnica. Non necessariamente questi saranno i lavori più prestigiosi, però saranno quelli più richiesti e, in prospettiva, più pagati. Questo dato dovrebbe cambiare l’orientamento delle politiche formative e delle scelte individuali, ma il cambiamento culturale procede assai più lentamente delle dinamiche di mercato.
Il ruolo della tecnologia nel moltiplicare le candidature
Un altro elemento che sta alterando il mercato è la facilità con cui oggi ci si può candidare. Strumenti digitali e l’AI permettono di adattare curriculum e lettere di presentazione in pochi minuti, rendendo possibile inviare centinaia di candidature al giorno. Questo ha aumentato enormemente il numero di profili resi disponibili per ogni posizione, senza che cresca altrettanto sensibilmente il numero di candidati idonei. Le aziende ricevono quindi più risposte e impiegano più tempo a selezionare. I candidati partecipano a più processi e ottengono meno risultati. Si crea così una sensazione diffusa di mercato bloccato, anche se le opportunità esistono.
Il caso italiano: tra rigidità culturale e opportunità non viste
Nel contesto italiano questo fenomeno è amplificato da 2 fattori:
- La forte attenzione al titolo di studio come indicatore di status, che spinge i giovani verso percorsi universitari non sempre coerenti con la domanda reale del mercato e le loro propensioni e capacità
- La difficoltà a considerare i percorsi professionali non lineari come un’opportunità invece che come un fallimento. In molti casi, le migliori opportunità non sono nelle posizioni più visibili ma in quelle meno considerate: ruoli tecnici, commerciali, di produzione, di coordinamento operativo. Sono lavori che richiedono competenza, responsabilità e capacità relazionale, ma che non sempre hanno l’immagine dei ruoli corporate. Eppure proprio lì si concentra le maggiori opportunità.
La carriera del futuro
La verità è che il concetto di carriera dovrebbe venire aggiornato. Non è più realistico immaginare un percorso lineare, stabile e crescente all’interno dello stesso ruolo e mercato. La carriera del futuro sarà più simile a una sequenza di adattamenti: cambi di funzione o settore, periodi di formazione, ritorni operativi, evoluzioni verso ruoli più tecnici o relazionali. Chi saprà muoversi con flessibilità avrà più possibilità. Chi resterà legato all’idea di un unico tipo di lavoro si troverà a inseguire opportunità sempre più rare.
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